Chapecoense- Nas alegrias e nas horas mais dificeis

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Sono già passati due anni dalla tragedia nei cieli colombiani, vicino a Medellin. In quell’incidente che tanto ci ha ricordato altrettante e strazianti vicende, come quelle del Grande Torino e del Manchester United, si interruppe il sogno della Chapecoense, compagine brasiliana che volava per raggiungere la finale di Copa Sudamericana, l’equivalente della nostra Europa League. Dopo aver sconfitto in semifinale i ben più quotati argentini del San Lorenzo, la piccola realtà dello stato di Santa Catarina, raggiunto l’olimpo del calcio verdeoro in breve tempo, si apprestava ad affrontare i colombiani dell’Atletico Nacional.

'Sì, se morissi oggi sarei un uomo felice'. Queste parole furono pronunciate da Caio Junior, tecnico dei brasiliani, al fischio finale della semifinale di ritorno. Parole di gioia e di orgoglio di un uomo che vedeva il coronamento di un sogno. Parole che, però, si rivelarono tristemente profetiche. Quel volo ha spezzato vite, interrotte troppo presto; altre invece, quelle dei sopravvissuti e dei famigliari, hanno ripreso il proprio viaggio con un vuoto incolmabile nel cuore.

La violenza e la tragicità dell’evento ha unito, in questi due anni, il mondo dello sport. La gente di Chapecó e i brasiliani, in particolare, si sono stretti in un rituale di amore collettivo nel quale la fede e la forza hanno dato modo di continuare a vivere per chi ha visto i propri sogni spegnersi. 77 passeggeri, solo 6 sopravvissuti, miracolosamente.
Il portiere Jackson Follmann è tornato ad allenarsi nonostante l’amputazione della gamba, Alan Ruschel è tornato a giocare e al gol, tra le lacrime. Ha segnato in Italia, nell’amichevole a scopo benefico contro la Roma. Anche Neto è tornato a calcare i campi nonostantte le difficoltà; l’ha fatto per il suo migliore amico Thiego, deceduto in quel tragico 29 novembre. Hanno ricominciato quasi spinti dagli sfortunati compagni che hanno visto la loro vita scivolare via e hanno indossato nuovamente la maglia della Chape, come questa in foto, che sul retro porta ora la scritta ‘Somos mais que onze’, siamo più di undici. La Umbro, sponsor tecnico del club, volle omaggiare gli eroi della Chape con questa terza casacca per il 2017 sulla quale, all’altezza del cuore, spicca sopra lo stemma la stella d’argento della Copa Sudamericana, assegnata ad Honorem su richiesta del Nacional, un gesto nobile e di affetto da parte degli avversari colombiani.
Resta oggi il nodo alla gola, il dolore indescrivibile, resta il pensiero verso uomini che erano padri, figli, mariti e fidanzati.
Oggi la Chapecoense, a livello sportivo, è ripartita e milita sempre nel massimo campionato brasiliano. C’è chi ha dimostrato affetto e vicinanza con contributi concreti, attraverso donazioni ed eventi benefici (come quelli di Barcellona, Roma e Torino), ci sono state squadre che hanno ceduto giocatori alla Chape e, soprattutto, c’è la forza di chi è rimasto, di chi vuole portare avanti i sogni di chi non c’è più. Resta la grandezza degli eroi, ma il prezzo da pagare al beffardo destino è stato altissimo.

Come disse Montanelli all’indomani della tragedia di Superga, ‘Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede’.